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Ci sono incontri che ti sembra di aver già fatto, quasi che gli istanti siano avvenuti prima: chissà in quale tempo. Così è accaduto a chi scrive quando ha incontrato Beatrice Canino, di recente: a Catanzaro; la professionista della settimana.
Diciamo subito che il primo contatto è avvenuto nel corso di un
seminario, organizzato da CineSud Megastore. Eravamo tra i vicoli della
“città vecchia” e cercavamo, assieme a tanti studenti, di ritrarre
l’anima del luogo, magari costruendo (a torto?) scenografie coerenti
che potessero aiutarci a fotografare. Beatrice si muoveva con agilità,
guardava, sceglieva; la sua ricerca era sempre oltre, rivolta a
quell’immagine ventura che sarebbe comparsa di lì a poco: solo per lei.
Dimenticavamo, ospite illustre del seminario era Gianni Berengo Gardin,
anche lui presente laddove le strade diventavano sentieri, tra le
storie di sempre: vita, morte, amori, quotidianità. Con Gianni di
fianco, tutto si esalta: anche le sole percezioni; ecco che Beatrice ci
è apparsa (o riapparsa?) ancora più vicina a quello che avrebbe voluto.
Noi tutti ansimavamo anche solo per trovare: lei lo aveva già fatto,
nella convinzione che quanto desiderava si sarebbe concretizzato in un
attimo.
No, non è preveggenza: forse neanche istinto; solo un
elemento culturale curato nel tempo, che poi è pure guardare con
attenzione. Le cose hanno forma e carattere e a quest’ultimo punta
Beatrice: quasi che l’osservazione abbia la conoscenza come passaggio
obbligato. Quando ci si rivolge all’intimità, è facile intuire i
comportamenti di chiunque; e qui sta il merito di Beatrice: in
fotografia e, crediamo, anche nella vita.
Grazie a Beatrice per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.
D] Beatrice, quando hai iniziato? E perché?
R]
Inizio giovane, a 14 anni: direttamente dalla Camera Oscura. C’era un
amico con me, che condivideva la mia stessa passione: ma poi tanti
altri si aggiungevano, anche solo per osservare la magia di un’immagine
latente che si forma pian piano.
D] Dopo?
R] La storia di molti, credo; il lavoro nello studio di altri (’89), poi quello tuo (’92): venuto su tra speranze e sacrifici.
D] La passione come movente, quindi?
R]
Certo: la passione che diventa hobby, poi professione. Ho ascoltato
attentamente l’intervento di Berengo Gardin e posso dirti che ha
ragione. Ci ha suggerito di affrontare altre professioni e di scattare
durante la domenica: questo per non dover cedere a compromessi con la
committenza. Io non posso farlo, ma mi sto dirigendo verso la “ricerca
personale”, magari in B/N e, perché no, con l’analogico; questo dopo
sei anni di digitale.
D] Beatrice, ti ho conosciuto sul campo ed ho visto solo pochi tuoi lavori: che generi prediligi?
R] A
me piace molto la foto di scena, di spettacolo. Ne faccio molte. Amo
anche il reportage, che poi diventa il mio stile in tutti i generi che
affronto. Vado sempre alla ricerca del carattere, dell’anima delle
persone: anche se tutto viene filtrato dal mio modo di pensare e dalla
prospettiva con la quale vedo le cose.
D] Reportage anche nel matrimonio?
R]
Certo, anche di più. Stimolo continuamente sposi ed invitati a muoversi
secondo i loro desideri, per manifestare se stessi. E’ molto importante
che il fotografo estrapoli le varie personalità; al contrario, è brutto
quando agisce con distacco. Berengo (durante il seminario, n.d.r.) ha
suggerito avvicinarsi, di entrare nelle situazioni: mi trovo
perfettamente d’accordo, non a caso ammiro il suo modo di fotografare.
D] Berengo è straordinario: possiedi dei suoi libri?
R] Ieri mi ha autografato la sua antologica …
D] C’è una sua immagine che ti ricordi in particolare?
R]
Ce ne sono molte. Apprezzo la sua scelta del B/N, perché non ti
distrae, portandoti poi alla radice della fotografia. Ma tutto il suo
reportage è straordinario: anche nelle foto “posate”, riesci a
percepire l’anima del soggetto. E qui torniamo a prima: si è fotografi
“dentro”, perché il tuo sguardo deve far vedere, ad altri, la
personalità di chi ritrai; magari emozionando.
D] Quali sono le qualità principali che un fotografo deve avere per affrontare i tuoi generi?
R]
Innanzitutto la sensibilità ed anche la capacità di osservare: il tutto
per comprendere chi si ha davanti. Un vero fotografo riesce a capire
molto di più della realtà che va ad ispezionare: è per questo che
dovrebbe prevenire istanti e comportamenti, scegliendo quelli giusti.
D] La tecnica è importante?
R] Ci mancherebbe! Non dovrebbe però essere condizionante, ma vissuta d’istinto: quasi come la guida di un’auto.
D] Hai fatto formazione?
R] No,
sono autodidatta; questo se escludi qualche corso frequentato qua e là.
Ho lavorato molto in CO: con B/N e colore. Mi sono affiancata a dei
maestri di stampa molto bravi, dai quali ho ricevuto un grande aiuto.
Ho lavorato con macchine medio formato (6X6), completamente meccaniche
e manuali, per cui dovevo possedere le basi tecniche essenziali. Oggi,
il bagaglio di sintassi che possiedo mi è sufficiente, anche per far sì
che prevalga l’istinto. Alle volte, poi, occorre andare oltre la
regola: magari rischiando qualcosa.
D] Oltre a Berengo, hai avuto altri modelli ispiratori?
R]
No: ho letto comunque molto e visionato tantissime immagini, delle
quali non ricordo neanche gli autori. Purtroppo mi sono lasciata
trascinare dalle emozioni, senza approfondire. Conto però di rimediare
a breve, come peraltro suggerito da Berengo.
D] Mi sembri comunque una persona osmotica, che assorbe molto …
R]
Vero, infatti sono diventati miei ispiratori tutti i fotografi con i
quali ho lavorato: da ognuno di loro ho preso qualcosa. E poi mi sono
guardata dentro, a lungo: ne sono stata quasi obbligata, questo nel
percorso di crescita e cambiamento che ho deciso di percorrere.
D] Oggi vedo tanti matrimoni …
R]
Sì, ne faccio molti. Li strutturo come un racconto della giornata,
lavorando su un evento che può essere anche falso. Se posso, ci metto
allegria: perché è giusto che un fotografo aggiunga del suo, pur senza
fare forzature.
D] Cosa c’è di bello e di brutto in un matrimonio?
R]
Il bello risiede nella sfida, perché si tratta di interpretare un
momento sempre uguale nella forma e nella ritualità, ma diverso nella
sostanza: per via degli individui. Il tutto poi si esaspera se
consideri che a me non piace lavorare con lo stampino. Ecco che ogni
volta debbo immedesimarmi tra gli “attori” della giornata. Io poi non
lavoro con luce lampo: privilegiando sensibilità alte e tempi lunghi.
Anche qui c’è l’effetto rischio, perché tutto diventa difficile e
stressante: sommato al fatto che non metto nessuno in posa. Insomma:
realizzare un matrimonio a mo’ di reportage è molto più impegnativo, ma
è anche il suo “bello”.
D] Il matrimonio poi possiede i momenti canonici …
R]
E’ vero, e bisogna ritrarli; poi bisogna far vedere le persone (tutte),
ed anche i parenti. Ma questo fa parte del compromesso, da raggiungere
su un lavoro “a richiesta”; e forse lì sta il “brutto” della fotografia
di cerimonia.
D] Ti aiuta l’omogeneità del matrimonio? Voglio dire: sono tutti belli, eleganti, ben vestiti …
R] Un
po’ sì e un po’ no. Se l’abito della sposa è troppo pomposo, lei perde
spontaneità. Diciamo, però, che Dio li crea poi li accoppia: chi mi
sceglie, infatti, non è certo colei che vestirà un abito troppo
impegnativo. Il 90% delle coppie che fotografo indossa abiti classici,
perché si è adattata al mio modo di “fare fotografia”.
D] Chi è l’attore principale del matrimonio? La sposa?
R]
Tutti, credimi. Tu devi avere la capacità di raccontare la giornata,
quella di ogni invitato. E per questo che io non scatto mai le foto il
giorno dopo: anche se dovesse piovere a dirotto. Alle volte mi sono
trovata a lavorare in condizioni limite, ma il racconto ha avuto il suo
svolgimento.
D] Fai anche video durante la cerimonia?
R] Di
solito viene una persona con me, allo scopo di produrre un video della
cerimonia. Io però non ho preclusioni, se vedo che si creano delle
situazioni adatte, imbraccio la videocamera e filmo.
D] Oltre al matrimonio, quali altri campi affronti?
R] Faccio foto pubblicitarie, food e still life …
D] Matrimonio e still life: tutto in digitale?
R] Ultimamente
sì. Qualche anno fa usavo anche il medio formato, con ottiche
decentrabili. In alcune occasioni anche il Banco Ottico.
D] Tu parti dall’analogico?
R]
Sì, come ti dicevo prima: all’inizio sono partita con una Yashica 124.
Peraltro, in ambito 35 mm., il cambio di tecnologia è coinciso col
passaggio a Canon … D] Come mai è accaduto? R] Di Canon ho apprezzato
la resa: anche la gamma tonale e la resa dei bianchi.
D] Qualche rimpianto per l’analogico?
R] Direi
di sì, questo perché (come ha detto Berengo) scattando in digitale si
pensa sempre meno: con la pellicola sei costretto a riflettere
maggiormente. Del resto, il film analogico non è discontinuo nei toni e
questo lo si nota. Per finire, credo sia anche importante considerare
il flusso di lavoro necessario per arrivare al risultato: con la
pellicola hai la camera oscura e tutto il suo fascino; se mi sono
avvicinata alla fotografia lo debbo a quello.
D]
Beatrice, tu hai ormai vent’anni di carriera: c’è un progetto che non
sei riuscita a portare a termine e che è rimasto nel cassetto?
R]
In realtà ce ne sono tanti, che è il momento di iniziare a realizzare.
Prima di tutto vorrei riprendere la ricerca personale. Il tema sarà la
mia terra, la natura calabrese. Attenzione, non voglio esaltare il
volto turistico della mia regione: ma il mio punto di vista. Sempre
nell’ambito della ricerca (e dell’impegno personale) vorrei affrontare
il tema delle diversità, intese come ricchezza: questo in
contrapposizione alla “normalità” presunta. Qui vorrei usare il B/N,
magari anche la pellicola: nonostante alcuni mi suggeriscano che si
tratterebbe di un tornare indietro.
D] Un impegno forte …
R]
Sì, ma la ricerca potrebbe svilupparsi anche altrove. Agli inizi
fotografavo i cartelli stradali, che qui in Calabria sono particolari.
Ne trovi di bucherellati, ammaccati, arrugginiti: tutti in un contesto
ambientale meraviglioso.
D] Bello mi sembra comunque il tema della diversità …
R]
Hai ragione: la diversità della diversità. Il mondo, si dice, è bello
perché vario: non esiste una persona uguale all’altra. Non c’è una
normalità certificata: perché accanirsi, allora? E’ la codifica che
genera l’emarginazione, che poi è la madre di tutti gli episodi
paradossi.
D] Quando incontri Canon?
R] Nel
2004, con la EOS 1D. Mi piaceva la velocità, che poi è uno dei vantaggi
del digitale. Preferivo la rapidità operativa ad una manciata di pixel
in più, anche perché 8 MEGA erano già tanti. Ecco che allora ho
indirizzato i miei investimenti nell’ottica, preferendo l’acquisto di
70 – 200 f/2,8 stabilizzato. Ti ricordo comunque che io provengo dalla
concorrenza: alla quale ho preferito Canon per velocità, distribuzione
dei pesi, ergonomia, gamma tonale. Era poi iniziata allora la diatriba
sul full frame, che Canon aveva sposato; anche la filosofia
“futuribile” mi sembrava più vicina alla mia. Non dimentichiamo, per
ultimo, la vicinanza del file della EOS al sapore della pellicola: e lì
il cerchio si chiudeva.
D] Quali ottiche usi?
R] Ho anche un 24 – 105. Tieni conto che ho molto del vecchio e che i passaggi non possono essere repentini.
D] Quale focale usi maggiormente?
R]
Il 24 – 105 nel reportage, perché mi aiuta di più; il tele lo utilizzo
nelle foto di scena. Tieni conto che in teatro vivi una situazione
estrema, soprattutto per via dell’illuminazione. Oggi sento la
necessità di un grandangolo spinto ed ho strizzato l’occhio alla EOS 5D
Mark II. Vedremo.
D] Tu hai uno studio?
R] Sì, una sala di posa con annesso ufficio: il tutto per 80 mq di superficie.
D] Ti piace scattare al chiuso?
R]
Sì, perché a me piace tutta la fotografia: al di là delle predilezioni.
E’ come se mi chiedessi cosa gradisco tra pane e mortadella; entrambi
che diamine: per giunta insieme. Ci sono poi delle tecniche che vorrei
rispolverare e che allargano ulteriormente lo spettro del mio amore per
la fotografia. Mi sto riferendo al Polaroid: materiale estremamente
plasmabile, che puoi anche scannerizzare e mettere su file.
D] Scatti in RAW?
R] Naturalmente.
D] Come ti trovi col fotoritocco?
R] Bene. Sono abbastanza brava con l’uso del PC. Photoshop lo vivo come una Camera Oscura Digitale.
D] Qual è il tuo flusso di lavoro?
R] Scatto,
poi faccio due salvataggi su HD differenti (uno RIDE) ed anche due DVD
di riferimento. Uso comunque due schede contemporaneamente: RAW e jpeg
in bassa risoluzione. Seleziono poi le foto con delle etichette e le
lavoro con Light Room (ne ho una versione prova e mi trovo molto bene).
Mi offre la possibilità di lavorare il RAW per quanto attiene luci ed
ombre, in maniera “zonale”. Mascheratura e bruciatura per me sono
essenziali. Il fatto di poter intervenire su luci ed ombre nel colore è
stata la vera rivoluzione del digitale, farlo sul negativo era
praticamente impossibile.
D] Ti spingi oltre?
R]
Di solito lascio perdere, perché si tratta di artefatti. Alle volte,
però, tolgo il brufolo alla sposa (perché lasciarglielo proprio quel
giorno?), ma mi mantengo su livelli etici. In pubblicità ho usato
fluidifica, ma lì siamo in un altro campo ed il “compromesso” (sempre
lui!) è a vantaggio del committente.
D] Parlavi di un fotoritocco “etico” …
R] Vero:
utilizzarlo nel reportage è sbagliato, un po’ come ha detto Berengo.
Gli ho mostrato del B/N con degli oggetti a colori. Lui mi ha
redarguito, ma io cerco sempre, per questa tecnica, i fotogrammi
giusti. In generale gli interventi in post produzione non debbono
essere percepiti.
D] Hai fatto mostre?
R] No.
D] E’ un tuo sogno?
R] Sì, ma rima vengono le ricerche: sono ancora piccola.
D] Stampi anche da sola?
R] No,
ma mi sono adoprata per migliorare i miei lavori presso chi li stampa:
prima studiando colorimetria, poi intervenendo sui macchinari con
linearizzazioni e profili.
D] Se potessi farti un augurio: cosa ti diresti?
R]
Oddio, ne avrei tanti: vorrei però realizzare i sogni che ti ho detto,
questo al di là dei lavori commissionati. Il desiderio è creare
qualcosa che mi rappresenti: come persona, prima ancora che fotografa.
E’ una grossa ambizione, perché il tempo (per via del lavoro) non basta
mai.
Grazie a Beatrice Canino per il tempo che ha deciso di dedicarci. Abbiamo apprezzato tanto anche le sue immagini.
Mosé Franchi
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